LO SMOG PROVOCA IL REFLUSSO GASTRO-ESOFAGEO?

E’ risaputo che le persone esposte allo smog invernale urbano possono presentare come conseguenza dell’inquinamento aereo sofferenza broncopolmonare, sotto forma di spasmo delle vie aeree di tipo asmatiforme e sono predisposte ad episodi bronchitici anche persistenti, se non addirittura gravi al punto da indurre al ricovero ospedaliero.

Mentre il nocumento prodotto dall’inquinamento aereo sull’apparato respiratorio è ampiamente acquisito anche in Italia dai cittadini e dagli operatori sanitari (molto meno dai decisori politici), non viene ancora considerato il potenziale danno dell’aria malsana sulle vie digestive.

Su questo aspetto si sofferma la presente nota.

Il grafico posto in apertura rappresenta il numero delle patologie a carico delle vie aerodigestive riscontrato negli 8.968 vigili del fuoco esposti alla nuvola tossica sprigionata dall’attacco terroristico alle Torri gemelle (World Trade Center = WTC) di  New York l’11 settembre 2001.

Nel corso dell’osservazione durata dieci anni di questi benemeriti soccorritori, sono state riscontrate rinosinusiti croniche (chronic rhinosinusitis = CRS), disturbi da reflusso gastro-esefageo (gastroesophageal reflux disease = GERD) e malattie ostruttive delle vie aeree (obstructive airways disease = OAD), secondo le percentuali desumibili dal grafico.

Tali incidenze sono state poi distinte in base all’intensità dell’inalazione: elevata (linee rosse), moderata (linee azzurre) o bassa (linee grigie).

La più importante considerazione riguarda il reflusso gastro-esofageo che partendo quasi da zero, al quinto anno dopo l’attacco terroristico è iniziato a risalire, fino a colpire nei due anni successivi circa l’8% degli esposti alla nube tossica, per esposizioni massimali.

Un analogo fenomeno, ma meno violento si è verificato per la rinosinusite cronica che, partendo da un’incidenza di circa il 2% ha colpito sempre più soccorritori dal quinto anno in poi, raggiungendo al nono anno di osservazione il 4% della popolazione maggiormente esposta.

Il lavoro scientifico da cui è stato tratto il grafico (Liu X et al. The effect of World Trade Center exposure on the timing of diagnoses of obstructive airway disease, chronic rhinosinusitis, and gastroesophageal reflux disease. Front Public Health 5, 2 [2017]) ci suggerisce un parallelismo con l’inquinamento atmosferico che si verifica d’inverno in una città metropolitana come Milano.

Lo smog che incombe nei mesi freddi sul capoluogo lombardo contiene una grande varietà di sostanze tossiche: ossidi di azoto, fine particolato (particulate matter = PM10/2.5), biossido di zolfo, monossido di carbonio, metano, anidride carbonica, composti organici volatili, ammoniaca, idrocarburi polinsaturi aromatici etc. Molti di questi inquinanti raggiungono frequentemente concentrazioni eccedenti i livelli considerati di sicurezza dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, come risulta dall’ultimo rapporto disponibile al pubblico redatto dall’ARPA (Agenzia Regionale Protezione Ambientale) della Lombardia.

Purtroppo l’ultimo rapporto pubblicato dell’ARPA Lombardia si riferisce all’anno 2016. Dopo di che è iniziata, voluta da Renzi, una manovra di accentramento delle agenzie regionali per l’ambiente sotto l’ISPRA, con abolizione della lodevole prassi precedentemente adottata dalle ARPA di pubblicare autonomamente, ogni anno, un rapporto regionale dettagliato per provincia.

Nell’ultimo inverno allo smog tradizionale si sono aggiunte le sostanze tossiche sprigionate nell’aria dai roghi di grandi depositi di rifiuti parsi entro e attorno all’area metropolitana milanese, in conseguenza di incendi sempre più frequenti appiccati nella sede di vere e proprie discariche abusive.

Questo potenziamento della nocività dello smog invernale di Milano ci consente di postulare una probabile equivalenza con l’esposizione a bassa intensità alla nube tossica del WTC e ci fa supporre che i cittadini di Milano ed hinterland siano costretti a respirare, per un centinaio di giornate nei mesi freddi, aria atmosferica di qualità non dissimile, per quanto concerne il suo effetto biologico sulle persone esposte, a quella corrispondente alle linee grigie del grafico in apertura registrate nel gruppo dei vigili del fuoco di Manhattan.

In questi termini, i cittadini milanesi presenterebbero un rischio di sviluppare un reflusso gastro-esofageo, dopo pochi anni di esposizione, secondo una probabilità di danno che potrebbe arrivare al 6% degli esposti all’aria inquinata. Allora si duplicherebbe il loro rischio di essere colpiti da GERD, rispetto all’incidenza normale nella popolazione non esposta (che in USA è di circa 5 x 1.000 persone all’anno).

L’ipotetica correlazione sembra essere avvalorata dal notevole incremento negli ultimi anni della prescrizione, in regime di assistenza sanitaria convenzionata in Italia, dei farmaci capaci di contrastare il reflusso gastro-esofageo ossia degli inibitori di pompa protonica (il massimo esponente dei quali si chiama pantoprazolo), da tempo responsabili della più elevata spesa farmaceutica pro capite per l’apparato gastrointestinale.

La supposizione non è tanto speculativa, se si considera che il reflusso gastro-esofageo può produrre nel tempo una patologia pre-cancerosa chiamata esofago di Barrett cioè una particolare modificazione della mucosa di rivestimento dell’esofago, la metaplasia, per difendersi dall’acidità.

Questa metaplasia rappresenta un meccanismo che a volte sfocia nell’adenocarcinoma esofageo.

Nel lavoro scientifico sopra citato è stato stimato che negli esposti alla nube tossica sprigionata dall’attacco al WTC e precisamente tra i soccorritori maschi non fumatori, la prevalenza dell’esofago di Barrett è sei volte più alta rispetto alla popolazione generale.

Quanto sopra esposto, sostenuto dal criterio cautelativo mancando qualsiasi dato italiano sul danno alle vie digestive causato dallo smog urbano d’inverno, potrebbe essere verificato da uno studio epidemiologico che rilevi la frequenza del reflusso gastro-esofageo nei vari territori italiani, confrontandola con il grado di inquinamento atmosferico locale.

 

 

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