EMISSIONS TRADING SCHEME CENSURA LE SOSTANZE TOSSICHE IN ATMOSFERA

L’EU-ETS (European Union Emissions Trading Scheme) è il più grande sistema finanziario al mondo per vendere e acquistare quote di emissione di gas ad effetto serra, attraverso piattaforme d’asta gestite in due borse: all’EEX (European Energy Exchange) di Lipsia e all’ICE (International Futures Europe) di Londra.

Facendo un confronto, il Governo di Pechino ha dato avvio ad un proprio ETS nazionale solo nel dicembre 2017, mentre il Governo elvetico entrerà tra poco nell’EU-ETS.

L’EU-ETS è finalizzato alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica (CO2) e di gas equivalenti nei settori economici maggiormente energivori (elettricità, cemento, acciaio, alluminio, laterizi e ceramiche, vetro, chimica, aviazione civile, etc.) all’interno della UE. In realtà la EU-ETS funge anche da volano economico innovativo in campo energetico.

Le emissioni antropiche di CO2 nella UE sono aumentate nel 2017 del +0,3% rispetto all’anno precedente, per la prima volta dopo un settennio, per cui gli impianti europei obbligati ad entrare nell’ETS sono saliti ad oltre 12 mila.

La quota unitaria di scambio di emissioni, equivalente al rilascio in atmosfera di una tonnellata di CO2 in un anno solare, è chiamata EUA (European Emission Allowance) ed è recepita come strumento finanziario nella direttiva nota come MIDIF (Market in financial instrument directive) II.

Nel primo trimestre 2018 il prezzo di una EUA è stato di € 9,79 rispetto ai 5,10 euro del 2017.

Il numero di quote che ciascuno Stato mette all’asta è determinato sulla base delle emissioni storiche degli impianti fissi sul proprio territorio nazionale.

Nel 2017 sono state trattate in asta, per conto dell’Italia, ben 590 mila quote EUA, pari al 62% delle quote totali della UE (951.000). L’Italia è salita infatti al secondo posto dopo la Germania per emissioni antropiche di gas ad effetto serra, poco al di sopra della Polonia.

Se riprendiamo oggi l’attributo “pesante” per indicare le imprese fortemente energivore incluse nell’EU-ETS e se utilizziamo il parametro di “industria pesante” per comporre una classifica europea in base alle EUA trattate, vediamo l’Italia occupare il secondo posto dopo la Germania, come si evince dal grafico rappresentato, con la Spagna al quarto posto dopo la Polonia e la Francia al sesto posto dopo il Regno Unito.

Il numero delle quote disponibili ogni anno viene gradatamente ridotto dalla UE. In Italia la riduzione delle EUA è stata dello 0,7% nel 2016 rispetto al 2015. Il taglio delle quote è più drastico per l’aviazione civile (-21% nel 2017 rispetto al 2016) per contenere l’impetuoso incremento di emissioni di CO2 legato ai voli aerei (leggere l’articolo precedente su questo blog).

Nel 2017 l’EU-ETS ha dato luogo a proventi pari a cinque miliardi e mezzo di euro per l’intera UE, dei quali quattro milioni e duecentomila euro per l’Italia.

L’Italia opera nell’UE-ETS attraverso la G.S.E. S.p.A., società di gestione dei servizi energetici, emanazione del Ministero dell’economia e delle finanze. Questo Auctioneer ha collocato per il nostro Paese 24,4 milioni di EUA nel primo trimestre di quest’anno.

Circa un quinto degli introiti statali da ETS vengono annualmente riassegnati per co-finanziare progetti di de-carbonizzazione, tesi cioè a ridurre le emissioni di gas serra, a sviluppare energia da fonti rinnovabili, ad incrementare l’efficienza energetica e/o a favorire la sostenibilità nel settore dei trasporti.

La metà della torta se la spartiscono però le stesse imprese inquinanti assoggettate all’EU-ETS. L’altra metà va a vantaggio di soggetti medio-grandi, desiderosi di entrare nel giro dell’ETS.

Secondo lo studio citato a pag. 46 del nel rapporto GSE_Aste_2017 (Thomson Reuters, Carbon Market Monitor Jan.2018, Review of global markets in 2018) l’EU-ETS è passata da un valore complessivo nel 2016 di circa 27,7 miliardi di euro, calcolato sui volumi scambiati nei diversi segmenti di mercato (aste, contratti spot e derivati, scambi OTC, etc.) a circa 30,7 miliardi d’euro nel 2017.

30 miliardi di euro all’anno: questo è il business che si cela sotto alla c.d. lotta per la decarbonizzazione delle attività antropiche, in Europa.

Adesso comprendiamo bene perché la UE non è interessata ad estendere l’ETS alle emissioni di gas direttamente nocivi per la salute: ossidi d’azoto (NOx), fine particolato aereo noto come PM (particulate matter) e ozono (O3), nonostante che essi provochino direttamente 350 mila morti premature all’anno nei 28 Paesi membri, per tumori, malattie cardiache e respiratorie.

Aprire un contrasto contro di essi distoglierebbe parte degli introiti europei derivanti dall’enorme business della decarbonizzazione e del correlato c.d. impegno per il clima.

Si è così chiuso nel 2017 il negoziato europeo per la revisione della direttiva ETS, che definisce le “nuove” regole per il controllo delle emissioni al di fuori del tradizionale perimetro ETS: entreranno nell’EU-ETS solo i settori dell’effort sharing (nei trasporti, nel residenziale, nell’agricoltura, nell’industria non ETS) e LULUCF (gestione del suolo), ma sempre in termini di riduzione del rilascio di CO2 e di altri gas ad effetto serra calcolati come CO2-equivalenti, unicamente per il raggiungimento dell’obiettivo climatico UE stabilito al 2030 dalle Conferenze di Kyoto e di Parigi.

Il rispetto della persona con il suo più grande diritto, che è quello alla salute, è un principio che lascia ancora a desiderare nel campo dell’inquinamento atmosferico.

È per questa ambigua posizione ideologica che vengono abbandonati a sé stessi i Paesi gravati dagli inquinanti direttamente tossici per la salute, anzitutto l’Italia con il suo bacino padano-veneto-emiliano così esposto al protossido d’azoto, al PM e all’ ozono. Per questi inquinanti in eccesso il nostro Paese, pur distinguendosi nella decarbonizzazione,  è costretto dalla UE a cavarsela da solo davanti alla Corte di Giustizia europea.

Possiamo sperare nella nuova classe dirigente politica insediatasi recentemente a Roma? I nostri governanti potrebbero richiedere alla UE di destinare sperimentalmente metà dei proventi ricevuti dall’ETS non alla decarbonizzazione, ma allo sviluppo di modalità di monitoraggio e di abbattimento degli NOx, del PM e dell’O3, da parte delle stesse imprese sottoposte all’ETS ed ubicate nel bacino padano-veneto-emiliano.

Anche perché l’UE deve farsi perdonare la sua politica da figli e figliastri per essere prontamente intervenuta nel ridurre i gas direttamente nocivi alla salute limitatamente alla navigazione dei Mari del Nord, Baltico e della Manica.

Possiamo sperare in una intrinseca correlazione tra abbassamento della CO2 e abbassamento dei gas nocivi alla salute? Purtroppo si è registrato il contrario: l’incentivo economico derivante dai proventi della EU-ETS a sostegno della produzione di generatori termici domestici alimentati a biomassa (vale a dire a legna e materiali affini) ha fatto liberare -è vero- meno CO2 rispetto al gasolio, ma rilascia in atmosfera deleterie quantità di gas direttamente nocivi per la salute, diventando così la maggiore fonte d’inquinamento atmosferico della UE.

Molto timida l’autocritica che si legge, riguardo a questo fenomeno, in alcuni testi dell’agenzia europea per l’ambiente: lacrime di coccodrillo che non devono comunque disturbare il manovratore.

Perché … quello che conta continua ad essere il mercato, il trading in cui la UE ha raggiunto il primato globale. Contano i soldi che girano nelle mani dei potenti, nelle mani di quelli che oltre all’industria “pesante” posseggono anche tutti i mass-media. Mezzi di comunicazione evidentemente dimentichi dell’inquinamento atmosferico veramente preoccupante, quello immediatamente nocivo per l’essere umano (mentre invece la CO2 non ha mai prodotto una morte prematura).

La salute dei singoli individui deve dunque aspettare?

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