SERRA’s BUSINESS

dott. Luciano Sabolla

L’inquinamento atmosferico viene affrontato nel mondo occidentale quasi esclusivamente in termini di riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra, principalmente dell’anidride carbonica (CO2), attraverso lo sviluppo di un mercato per lo scambio delle quote di emissione sviluppato dagli USA e dalla UE in seguito agli accordi sottoscritti alle COP (Conference of Parties) o Conferenze sul clima, allo scopo di decarbonizzare l’economia globale cioè di ridurre in tutto il mondo le emissioni di CO2 prodotte dall’uomo. Questo perché molti scienziati (non tutti) addebitano alla CO2 antropica la responsabilità del progressivo riscaldamento della Terra. In realtà la CO2 prodotta dalle attività economiche umane rappresenta meno dell’1% di tutta la CO2 presente attorno al Globo.

Il sistema sviluppato contro la produzione di gas serra si chiama Emissions Trading System (ETS) e coinvolge banche, intermediari, piattaforme informatiche internazionali e i più grandi impianti emettitori di CO2. Nella UE questo ETS è entrato in funzione nel 2013 ed assicura un introito medio a Bruxelles di circa 20 miliardi di euro l’anno (stima indiretta, non essendo reperibile su web lo specifico introito di bilancio).

Al contrario di quanto è stato realizzato contro la emissione di CO2, a livello europeo non è stato ancora formulato alcun provvedimento su vasca scala per abbattere le eccessive concentrazioni in atmosfera di ossidi di azoto emesso da qualsiasi fonte di attività umana, di ozono e di polveri ultrasottili, queste ultime note come PM (particulate matter, PM10 o PM2.5 a seconda delle loro dimensioni) vale a dire degli inquinanti direttamente nocivi per la salute dell’uomo.

I PM sono infatti sicuramente cancerogeni, gli ossidi d’azoto possono causare malattie cardiovascolari e respiratorie anche gravi, l’ozono destabilizza l’equilibrio endocrino, immunologico e neurovegetativo dei soggetti eccessivamente esposti.

Al contrario della CO2, che non svolge alcun effetto negativo diretto sulla salute umana, anzi, viene introdotta nelle bevande per il suo gratificante effetto frizzante, i tre principali inquinanti sopra citati, nocivi per l’uomo, provocano quasi 400.000 morti premature all’anno sull’intero continente europeo, come riferiscono ogni anno i rapporti dell’agenzia europea per l’ambiente. In questa classifica di morti premature l’Italia continua tragicamente a mantenere il podio.

Nel nostro continente, all’ETS aderiscono i 28 Paesi membri della UE più tre nazioni extra-UE: la Norvegia, il Liechtenstein e l’Islanda. Il sistema viene obbligatoriamente applicato ai maggiori impianti industriali e alle centrali energetiche ad elevata produzione di gas serra, in totale ad 11.000 sedi produttive, responsabili di circa il 45% di tutte le emissioni in atmosfera di gas a effetto serra.

Vengono conteggiati dall’ETS europea solo i seguenti gas ad effetto serra:

  • CO2 prodotta dai voli dell’aviazione civile tra i 31 Paesi europei aderenti, dalle centrali elettriche e termiche, dalle raffinerie di petrolio, dalle acciaierie, dagli impianti siderurgici, dalle vetrerie, dai cementifici etc.
  • N2O (ossido d’azoto), soltanto quello derivante da determinate produzioni dell’industria chimica
  • PFC (perfluorocarburi) legati alla generazione di alluminio.

Non viene conteggiato il metano, fonte di ben il 10% delle emissioni di CO2, come si può dedurre dallo schema qui sotto riportato, perché ciò aprirebbe il capitolo dei gasdotti, cruciali per l’industria soprattutto tedesca, dei Paesi del Nord e dell’Est Europa.

Con l’ETS la UE assegna gratuitamente a ciascun impianto un determinato numero di quote di emissione annua di CO2. Se un’impresa riduce le proprie emissioni può mantenere le quote inutilizzate per coprire il fabbisogno futuro, oppure venderle a un’altra società che ne sia sprovvista. Alla fine di ogni anno le società devono restituire alla UE un numero di quote sufficiente a coprire le loro emissioni, se non vogliono subire pesanti sanzioni.

La UE fissa un tetto annuale alla quantità totale di quote di emissione e lo riduce progressivamente in base alla politica energetico-ambientale e all’esigenza di mantenere elevato il valore finanziario alle quote di emissione. Attualmente il Parlamento europeo ha proposto di ridurre il tetto delle quote del 10% per l’aviazione civile, la pecora nera tra i settori ad elevate emissioni di CO2 e del 2,2% per tutti gli altri soggetti obbligati dall’ETS.

Nell’ultimo decennio si sono accumulate 2 miliardi di quote in eccesso, in parte dovute alla crisi economica mondiale, in parte alla decisione delle imprese di de-localizzare i centri produttivi in Paesi extra-UE con legislazione climatica più leggera o inesistente. Di conseguenza è calata la valorizzazione di ciascuna quota di emissione, che da 30 € per tonnellata/anno nel 2008 è passata ai 5 euro del 2017, risalendo ora verso i 15 euro grazie alla formulazione di un “piano 4”dell’ETS in grado di smaltire le quote in eccesso a favore dei Paesi poveri, già meta delle delocalizzazioni produttive europee e del fondo di riserva per il co-finanziamento di progetti di de carbonizzazione nei Paesi entrati più recentemente nella UE, progetti presentati da privati: ONG e società di medie o piccole dimensioni.

Per il co-finanziamento la UE ha stanziato 864 milioni di euro fino al 2020.

Stante questa politica c.d. climatica e il grande vantaggio economico-finanziario che deriva dall’ETS alle istituzioni comunitarie e alle imprese impegnate nella decarbonizzazione, la riduzione degli inquinanti nocivi per la salute è demandata ai singoli Paesi membri. Ed è così che l’Italia è stata deferita alla corte di giustizia europea per eccessiva liberazione in atmosfera di inquinanti nocivi per la salute.

Alla COP 21 di Parigi, nel 2015, è stato effettivamente riconosciuto il rispetto degli impegni nella lotta ai gas serra da parte della UE, degli USA e dell’Australia, diversamente da tutti gli altri Paesi che, al contrario, sono risultati negligenti o addirittura hanno aumentato la liberazione in atmosfera di CO2, rispetto al 2005. In Europa i gas ad effetto serra sono diminuiti del 5% nel 2015 rispetto al 2013 e si ridurranno del 21% nel 2020 e del 43% nel 2030. Uno studio specifico ha però evidenziato che per centrare i futuri obiettivi il costo delle quote di emissione deve superare i 35 euro/tonn/anno al 2020 ed i 40 euro al 2030.

Con l’ETS e la sua politica del clima la UE ha però incentivato il commercio e l’impiego di generatori di calore che bruciano biomassa (tipicamente legna e prodotti affini). Tali generatori domestici emettendo sì una minor quantità CO2 del gasolio, ma liberano in atmosfera quantità inaccettabili di PM e di ossidi d’azoto. La combustione di biomassa è così balzata tra le fonti primarie in Europa di inquinanti nocivi per la salute.

Va considerato anche la tendenza dei mass media a contenere l’informazione sugli inquinanti direttamente nocivi per la salute. Ciò è dovuto alla compartecipazione alla proprietà dei mezzi di comunicazione detenuta sia dagli attori privati beneficiari dei co-finanziamenti legati all’ETS sia dai gruppi industriali che emettono in atmosfera gli inquinanti nocivi per la salute, ad iniziare dall’industria siderurgica e dai costruttori di motori diesel per autotrazione (vedi scandalo del dieselgate).

Come fare per costringere i decisori europei a considerare l’inquinamento aereo in maniera complessiva, accendendo i riflettori anche sugli inquinanti direttamente nocivi per la salute?

Molte soluzioni sono state descritte nei precedenti articoli pubblicati su questo blog. Qui suggeriamo ai rappresentanti italiani nelle Commissioni UE e nel Parlamento europeo di operare per estendere l’ETS a tutti gli ossidi d’azoto (non solo a quelli legati alla produzione di determinati composti chimici) e a tutto il PM da fonti antropiche.

 

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