MOBILITA’ SU DUE RUOTE NELLE STRADE TRAFFICATE E IN METROPOLITANA

La congestione del traffico su gomma sovente costringe gli autoveicoli a fermarsi in coda, ma non blocca i mezzi di trasporto su due ruote, che in queste condizioni proseguono comunque la corsa. Questo vantaggio in termini di mobilità induce molti cittadini ad abbandonare l’auto ed a dotarsi di moto o motorino per girare in città, specialmente in periodi di scarse precipitazioni atmosferiche.

Un gruppo di ricercatori (Grana M. et al.) misurando a Roma tra il dicembre 2013 e il marzo 2014 le concentrazioni di PM10 nell’atmosfera respirata dai pendolari nelle tre principali modalità di spostamento (autovettura, motociclo, metropolitana) e, per le prime due modalità, attraverso il centro-città o lungo l’anello di tangenziali che circonda la Città, hanno illustrato i risultati del loro lavoro sulla rivista scientifica Environmental Pollution, pubblicando uno studio dal titolo Exposure to ultrafine particles in different transport modes in the city of Rome [228 (2017) 201e210].

Secondo tale indagine la media delle concentrazioni di PM10 è stata di ben 268 µg/m3 usando la metropolitana, di 138 µg/m3 spostandosi su un motociclo e di 61 µg/m3 viaggiando in auto. Tenendo presente che la soglia da non superare in termini di concentrazione assoluta per il PM10 è di 50 µg/m3 (media annua) nell’Unione Europea, comprendiamo quanto i risultati relativi alla nostra Capitale siano preoccupanti.

Per i Paesi industrializzati la pollution ambientale in termini di PM10 è infatti responsabile del 6% della mortalità totale, di cui circa la metà è attribuibile al traffico veicolare [Kunzli et al: Public-health impact of outdoor and traffic-related air pollution: a European assessment. The Lancet (2000) Volume 356, No. 9232, p795–801].

La bicicletta per gli spostamenti in città è sottoposta ad una esposizione di inquinanti, se utilizzata nelle ore di punta lungo le piste ciclabili contigue al flusso auto veicolare, analoga a quella delle due ruote motorizzate. Anzi, in tali circostanze i rischi per il ciclista aumentano in maniera proporzionale allo sforzo muscolare che egli compie per pedalare.

Semplificando, in condizioni di riposo ogni respiro introduce nel polmone mezzo litro d’aria che, moltiplicata per una quindicina di atti respiratori al minuto fa 7.5 litri di aria inalata al minuto. Con l’attività muscolare, sia essa svolta dal ciclista in fase di pedalata o dall’amatore della di corsa a piedi, aumenta la frequenza degli atti respiratori e l’espansione della gabbia toracica ad ogni atto respiratorio. La iperventilazione introduce così nell’albero tracheo-bronchiale quantità di aria malsana anche 25 volte maggiori rispetto ai volumi polmonari statici.

Quindi i politici ambientalisti fautori della “mobilità sostenibile” ingannano gli utenti se omettono di ricordar loro, tutte le volte che inneggiano al bike-sharing, l’elevata probabilità di danno per la loro salute se percorrono in bici le piste ciclabili intra-urbane coincidenti con gli assi viari aperti al traffico su gomma, nelle ore di punta, specialmente d’inverno.

Gli urbanisti dovrebbero aver ben presente il rischio di inalazione di inquinanti atmosferici che grava sui ciclisti e sui runner nel caso che vengano tenuti troppo vicino ai flussi di traffico. Allora lo facciano capire agli investitori, ai politici e ai burocrati che li contattano per costruire nuovi centri commerciali o abitativi o di servizi: rientra nella loro deontologia professionale garantire la salubrità delle piste ciclabili.

Non possiamo poi trascurare l’altro ancor più grave elemento emerso dallo studio menzionato: la situazione rilevata in metropolitana relativamente al PM10 presente nell’aria delle stazioni sotterranee e nei treni (vd tabella 3 estratta dalla pubblicazione scientifica sopra citata).

La media di PM10 nella metropolitana di Roma è stata pari a 268 µg/m3 d’aria, vale a dire oltre 5 volte superiore al limite di legge per la UE ed oltre 4 volte maggiore ai livelli nell’aria respirata dall’automobilista che aveva percorso nello stesso periodo di punta il medesimo tragitto, ma lungo le strade urbane in superficie.

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Il PM10 riscontrato in metropolitana non proviene dall’esterno, ma è prodotto dall’abrasione meccanica tra le ruote dei treni e i binari, dalla frenatura del convoglio e dall’usura del materiale rotabile, come dimostra la composizione del particolato, ricco di micro-particelle di ferro al microscopio elettronico.

Sarebbe allora opportuno che l’ARPA Lombardia identifichi e quantifichi tutti gli inquinanti nocivi per la salute presenti nell’aria della metropolitana di Milano, rendendone pubblici i risultati nei tempi più brevi possibili.

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