BATTUTA D’ARRESTO NELLA LOTTA AL GAS SERRA

Dott. Luciano Sabolla

Per limitare il sovvertimento climatico ed il riscaldamento del Pianeta la comunità internazionale ha deciso, nella COP 21 (21st Conference of the Parties) di Parigi, alla fine del 2015, di contenere l’incremento della temperatura media globale. Allo scopo i Paesi firmatari si sono impegnati a ridurre le emissioni antropiche in atmosfera dell’anidride carbonica (CO2), responsabile di oltre l’80% dell’effetto serra, degli ossidi d’azoto (NOx), del metano (CH4) e dei gas fluorinati.

Tutte queste sostanze volatili sono unificate sotto l’espressione di gas serra o greenhouse gas (GHG) e vengono misurate come CO2-equivalenti in base al loro capacità di riscaldare l’atmosfera.

Le riduzioni dei gas serra assegnate alle singole Parti dalla COP21, dovranno essere raggiunti nel 2020.

La COP21 dipende dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) come iniziativa dall’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change).

Riportiamo la situazione fotografata in occasione della COP21, utilizzando il grafico 3.7 estratto dal documento strategico della UE pubblicato a fine luglio 2017 dall’agenzia di analisi statistiche Eurostat, intitolato “Smarter, greener, more inclusive?

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Notiamo che le Parti virtuose che hanno già conseguito un calo dei GHG nel 2013 rispetto al 1990, sono solo tre: l’Australia, gli USA e la UE. La prima è una entità produttiva oltre due volte e mezza superiore alla UE, mentre  gli USA rappresentano una realtà economica più che doppia. Tutte le altre Parti del Mondo registrano emissioni di GHG in crescita, le tre più negligenti risultando nell’ordine: l’Arabia saudita, la Sud-Corea e la Cina.

Una prima considerazione spontanea è che il Presidente degli USA, D. Trump non aveva tutti i torti ad annunciare il ritiro americano dagli accordi della COP21, dal 2020, visto che gli USA sono quelli che hanno ridotto i GHG percentualmente in misura maggiore tra tutte le 195 Nazioni aderenti all’accordo sul clima. Essi, che sono i principali se non gli unici finanziatori dell’ UNFCCC, l’organizzazione contro i GHG, non accettano la prospettiva ancor più onerosa di versare ulteriori  100 miliardi di dollari all’anno fino al 2020, assieme agli altri Paesi sviluppati,  a favore della Cina e dell’India; dissentono dall’autorizzare questi ultimi paesi a mantenere invariate le quantità delle loro emissioni di gas serra fino al 2030; non condividono la concessione all’India di raddoppiare l’attuale numero di impianti a carbone .

Per quanto riguarda la UE, essa ha già raggiunto l’obiettivo di ridurre i GHG del 20% rispetto al 1990, anzi, è arrivata a diminuirli del 22.1 % con cinque anni di anticipo, dal 2015, come si evince dal grafico seguente.

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La seconda osservazione è quindi che la UE a guida teutonica è stata troppo drastica anche nell’imporre gli indirizzi pratici di contenimento dei GHG ai 28 Paesi membri. Ad esempio, l’Italia nel 2015 ha diminuito i gas serra del 19.5% contro l’obiettivo del -13% entro il 2020. Quanto ci è costato sul piano economico essere i primi della classe nella lotta ai GHG?

Avendo la UE compreso, alla COP 21, di aver corso troppo nella lotta contro i gas serra, ha pensato bene di alleggerire fino al 2030 i “costi aggiuntivi” sostenuti dagli industriali europei per contenere le emissioni annue di biossido di zolfo (SO2), ossidi d’azoto (NOX), composti organici volatili non metanici (COVNM), ammoniaca (NH3) e PM (particulate matter). Perciò nel novembre 2016 la UE ha abrogato la direttiva del 2001 n° 81 che fissava i limiti massimi, in valori assoluti, alle concentrazioni in atmosfera di detti inquinanti, sostituendola con la direttiva chiamata National Emission Ceilings (NEC), molto più permissiva.

Così procedendo, la UE compie un altro grave errore e censura il fatto che gli NOX, il PM e l’ozono (O3) sono direttamente responsabili, in tutta Europa, della morte prematura di quasi mezzo milione di persone all’anno, continuamente esposte a concentrazioni di queste sostanze superiori alle soglie precedentemente vigenti.

Mentre invece nessuno è ancora morto direttamente per l’emissione antropica in atmosfera della CO2.

La UE non fa neppure autocritica per aver incentivato nell’ultimo quindicennio, con le direttive RED (Renewable Energy Directive), il riscaldamento domestico mediante combustione di biomasse (ad es.: legna), caratterizzata dall’emissione sì di poca CO2, ma anche di grandi quantità di NOX, PM e benzopirene, direttamente nocive per la salute dei cittadini europei.

Le considerazioni espresse illustrano pertanto il cambiamento della politica sulla qualità dell’aria, adottato sia dagli USA sia dalla UE, dopo la loro presa di coscienza, alla COP21, dello stato avanzamento lavori dell’UNFCCC nel mondo.

Gli altri due obiettivi che la UE si è impegnata a raggiungere nel 2020 sono: la produzione energetica da impianti eolici, solari e da altre modalità di energia rinnovabile, che dovrebbe raggiungere il 20% del consumo totale (siamo arrivati al 16.7% nel 2015) ed il recupero del 20% in termini di efficienza nel consumo energetico primario (dobbiamo ridurlo di un altro 3% rispetto al 2015) e finale (dobbiamo ridurlo di un altro 0,3%).

L’impegno UE per il clima è quindi stato sintetizzato nel c.d. “obiettivo 20-20-20” entro il 2020.

Se procediamo ad un’analisi per settore economico delle emissioni di GHG nell’UE, scopriamo che sono state registrate diminuzioni in tutti i comparti eccetto che in quello dell’aviazione internazionale.

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In milioni di tonnellate (Mton) di CO2-equivalenti, l’aviazione civile internazionale della UE ha liberato in atmosfera 60 Mton di COnel 1990, 116 Mton nel 2000, 132 Mton nel 2010 e 142 Mton nel 2015, con un incremento costante che ha più che raddoppiato i GHG rilasciati in cielo dagli aerei nell’ultimo quarto di secolo. Di questo passo dove arriveremo? Notiamo che mentre esistono autorità sovranazionali che impongono un limite all’emissione di CO2 ai carburanti per la trazione di autoveicoli ed ai motori a scoppio (il dieselgate lo dimostra), non conosciamo ancora alcun potere capace di interloquire riguardo agli esausti dei motori aerei con l’aviazione internazionale, la quale si guarda bene dal fornire dati in merito e dall’investire significativamente in combustibili meno inquinanti degli attuali.

Nel grafico 3.4 dell’Eurostat rileviamo anche un secondo settore responsabile di liberazione di GHG in misura crescente: la fuel combustion in transport. I motori diesel o a benzina degli autoveicoli circolanti hanno infatti scaricato nell’aria ben 782 Mton di  sostanze gassose CO2 equivalenti nel 1990, 918 Mton nel 2000, 931 Mton nel 2010 e 906 Mton nel 2015, con un incremento del 19% fino a sette anni fa, ma del 15.8% fino a due anni fa. Quindi questo comparto, a differenza di quello aereo, è sotto sorveglianza e si sta correggendo.

L’Italia, sentendosi ben posizionata nello sforzo per diminuire l’emissione dei GHG in atmosfera, non fa nulla per limitare gli NOX, il PM e i precursori dell’ozono (O3). Evidentemente era al corrente, dall’epoca in cui si svolse la conferenza di Parigi per il clima, delle intenzioni della UE di allentare le briglie in fatto di sforzi per una migliore qualità dell’aria. L’allentamento è completo fino al 2020, parziale dal 2021 al 2025, data della prossima verifica tra i 28 Paese della UE su queste emissioni deleterie. L’Italia si è quindi prontamente adeguata alla UE nel disimpegno riguardo all’atmosfera.

I nostri governanti avranno anche approfittato della confusione che facciamo tra i gas serra e gli inquinanti aerei direttamente nocivi per la nostra salute e ci inducono a pensare che siano estensibili ai secondi i miglioramenti perseguiti dall’Italia e dalla UE per i primi.

Il problema è che dall’ultimo rapporto dell’agenzia ARPA della Lombardia già si evidenziava l’inversione delle concentrazioni degli NOX, del PM e dell’O3, ad esempio nell’area metropolitana di Milano, con iniziale sforamento avvenuto tra il 2014 e il 2015 dei limiti di legge allora vigenti.

Ma il governo Renzi è corso ai ripari: con la legge 132 del 28 giugno 2016 ha posto le ARPA sotto la stretta sorveglianza dell’ISPRA. Così l’ARPA Lombardia non è più stata in grado di pubblicare (in forza dell’art. 11 di questa legge che attribuisce tutta la competenza informativa all’ISPRA) il consueto rapporto sulla qualità dell’aria, relativo all’anno 2016.

Per cui la gente del bacino padano-veneto non si preoccupa più dell’aria, in assenza della nuova informativa regionale relativa all’anno 2016, anche se continua a rischiare la salute ed a pagare con le proprie tasse l’esistenza di agenzie ambientali comunali, regionali e nazionali ipertrofiche e ridondanti.

Così va il mondo per quanto riguarda la qualità dell’aria.

Almeno ce ne siamo fatti un’idea documentata.

 

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