OZONO

dott. Luciano Sabolla

Consultando la mappa quotidiana degli inquinanti atmosferici dell’ARPA Lombardia http://www2.arpalombardia.it/sites/QAria/_layouts/15/QAria/IDati.aspx?v=2, almeno settimanalmente -il sistema riporta i dati solo degli ultimi dieci giorni- vediamo che dall’inizio del mese di giugno il problema principale per la zona centrale della pianura padana, praticamente l’unico, è l’ozono (O3), inquinante tuttora critico in quanto amplificatore dell’effetto serra e protagonista del c.d. smog fotochimico, nocivo per l’uomo che lo respira.

In pratica non esistono sorgenti antropiche di emissione di O3: questo gas si forma interamente nella bassa atmosfera a seguito di reazioni chimiche che avvengono principalmente tra gli ossidi di azoto (NOx) e i composti organici volatili non metanici (COVNM) alla presenza di luce solare – e di conseguenza chiamate “reazioni fotochimiche”. Per questo motivo l’ozono viene denominato inquinante secondario, in quanto si forma interamente in atmosfera a partire da altre sostanze inquinanti dette precursori dell’ozono. Per l’ozono sia le analisi della CNEIA che quelle condotte successivamente (ISPRA, 2014) sulle serie storiche delle concentrazioni in aria di questo inquinante non rilevano tendenze significative alla diminuzione, pur in presenza di una significativa riduzione delle emissioni dei suoi precursori.

I limiti di legge della concentrazione di questo gas (valore obiettivo) sono stati fissati in 120 mcg/m3, da non superarsi per più di 25 volte all’anno. Sulla mappa da circa un mese troviamo solo bandierine gialle, relative ai valori prossimi alla soglia di informazione (la quale scatta a 180 mcg/m3 di media oraria), bandierine color nocciola che visualizzano concentrazioni comprese tra la soglia di informazione e la soglia di allarme (quest’ultima fissata a 240 mcg/m3 di media oraria) e alcune bandierine rosse che corrispondono a valori di O3 nell’aria esterna superiori alla soglia di allarme.

L’alto potenziale ossidante dell’ozono può provocare una riduzione della crescita delle piante e, per elevate concentrazioni, clorosi e necrosi delle foglie.

Nell’uomo l’O3 è capace, se inalato, di alterare la mucosa dell’albero tracheobronchiale a causa della sua azione ossidante. Gli effetti acuti consistono principalmente in secchezza e irritazione di gola e naso, in aumento della produzione del muco tracheo-bronchiale e della reattività bronchiale, con tosse, in faringiti e laringiti. L’esposizione prolungata può causare fibrosi polmonare, severo peggioramento della funzionalità respiratoria ed effetti sul sistema endocrino. Esistono segnalazioni in letteratura circa i possibili effetti a lungo termine dell’esposizione a ozono, prevalentemente cardiopolmonari (Jerrett 2009). L’interazione ozono-ondate di calore accentua il rischio di mortalità per cause naturali e cardiovascolari, per cause respiratorie soltanto nelle fasce più anziane della popolazione (85+anni). Il progetto APHEA2 (Gryparis A. et al., 2004), che includeva Roma, Milano e Torino, ha evidenziato che gli effetti dell’ozono sulla mortalità per cause respiratorie sono limitati alla stagione estiva.

Questi effetti nocivi sono conseguenza dello stress ossidativo sviluppato dall’ozono, che stimola le cellule epiteliali della mucosa bronchiale a liberare una varietà di mediatori pro-infiammatori, come pure varie specie reattive dell’ossigeno, le quali a loro volta attivano una risposta infiammatoria richiamando i globuli bianchi dai capillari sanguigni nelle vie aeree (neutrofilia).

Lo stress ossidativo dell’O3 può venir neutralizzato dalle nostre difese antiossidanti presenti nel sottile stato di liquido che riveste la mucosa respiratoria, comprendenti dei lipidi insaturi, le Vitamine C ed E. Esse preservano l’integrità delle nostre membrane cellulari grazie alla loro capacità di inibire la perossidazione lipidica indotta dall’O3 e dagli altri agenti ossidativi inalati con l’aria inquinata.

In laboratorio è stato dimostrato che l’alta temperatura ambientale promuove lo stress ossidativo già di per sé, per cui la combinazione più pericolosa per l’uomo è la combinazione alta concentrazione di ozono nell’aria + ondata di calore.

L’O3 atmosferico degrada il benzopirene e gli altri idrocarburi polinsaturi aromatici e questo è un dato positivo.

L’ozono mostra con le sorgenti da traffico una relazione opposta rispetto agli altri inquinanti. La reattività chimica di questo gas con gli ossidi di azoto è all’origine di un effetto per certi aspetti anomalo: le zone della città con le più alte concentrazioni di ossidi di azoto tendono ad essere quelle con le più basse concentrazioni di ozono. Essendo un inquinante secondario, tende ad avere una distribuzione spazio-temporale più estesa ed omogenea degli altri inquinanti, addirittura in prossimità di parchi o in posizione trans-frontaliera.

Una ricerca dell’ISPRA per l’ozono troposferico, condotta in Italia nel periodo 2003 – 2012, mostra che non è possibile individuare alcun trend statisticamente significativo per tale gas; la tendenza di fondo appare sostanzialmente monotona, le oscillazioni inter-annuali sono attribuibili alle naturali fluttuazioni della componente stagionale. Tuttavia il grafico sopra rappresentato e la consultazione dei dati giornalieri dell’ARPA in tutte le regioni della pianura padano-veneta ingenerano il serio sospetto di un trend in crescita nel bacino subalpino per l’O3 in estate. Gli stessi rapporti dell’Agenzia Europea per l’Ambiente continuano ad esprimere preoccupazione per i livelli di ozono nei Paesi dell’Europa meridionale.

Alla riduzione delle emissioni dei principali precursori dell’ozono troposferico (NOx e CVNM), scesi del 56% nel periodo 1990 – 2012, non corrisponde un analogo decremento dei livelli atmosferici di ozono (ISPRA, 201/2014). Tra le ipotesi proposte per spiegare questi andamenti, oltre al fatto che il rapporto che lega questi precursori all’ozono non è lineare, c’è il ruolo che potrebbe essere importante delle emissioni biogeniche e quello della combustione delle biomasse (EEA, 4/2012) nonché l’aumento dei livelli di metano (Dlugokencky, 2009). Le nostre autorità istituzionali dovrebbero approfondire seriamente queste indicazioni per porre le basi di un intervento minimamente efficace.

 

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