COMBUSTIONE DI BIOMASSE E PARTICOLATO AEREO (PM)

 

dott. Luciano Sabolla

Le sorgenti più importanti di particolato aereo o particulate matter (PM) sono due: la circolazione stradale degli autoveicoli diesel e la combustione di biomassa per riscaldare le abitazioni civili. Nell’ area metropolitana di Milano il responsabile numero uno del PM presente in atmosfera è il traffico su gomma, come abbiamo descritto in molti articoli su questo sito, mentre al di fuori delle aree urbane la fonte antropica più importante di PM è l’utilizzo delle biomasse.

Il PM del diametro di 10 micron (PM10) e ancor di più il PM2.5, che penetra più in profondità nei nostri polmoni, causano sicuramente malattie polmonari, cardiovascolari e tumori maligni, probabilmente anche malattie neurologiche degenerative gravi.

Le materie prime che costituiscono la biomassa più usata sono in pratica la legna, il pellet, il cippato, la paglia, le potature, gli scarti agricoli e boschivi.

Per ridurre la produzione di gas serra cioè l’emissione di CO2 (anidride carbonica) entro l’anno 2020, l’Italia deve impiegare come combustibile la biomassa, onde coprire almeno l’1.7% dell’intero fabbisogno energetico nazionale. Infatti la quantità di anidride carbonica liberata dalla combustione di biomassa è la stessa che le piante assorbono durante il loro accrescimento, rendendo il bilancio dei gas serra nullo, a differenza dei combustibili fossili che, bruciando, liberano in poco tempo la CO2 che hanno accumulato in milioni di anni.

La biomassa è anche un combustibile economico, permettendo di dimezzare il costo del riscaldamento domestico rispetto al metano e in teoria è disponibile sul territorio, quindi non necessita di essere trasportata per lunghi tragitti da mezzi a motore. In realtà la caratteristica della biomassa di essere una materia prima a km zero non sempre è rispettata.

Questa impostazione legislativa ha dato luogo allo sviluppo ed alla diffusione di una pletora di generatori di calore alimentati a biomassa legnosa: caminetti aperti e chiusi, stufe di vario tipo, cucine e caldaie, il cui acquisto è stato incentivato per un lungo periodo con giustificazioni ecologistiche.

Per inciso, sono alimentati a biomassa legnosa anche molti forni del settore produttivo, come le pizzerie.

Peccato che la biomassa, così idealizzata dai primi ambientalisti, se bruciata libera nell’aria PM10 e PM2.5 in quantità maggiore rispetto ai combustibili fossili (in maniera direttamente proporzionale all’umidità contenuta). Al punto che un documento ufficiale della Regione Lombardia dei giorni nostri (3 ottobre 2016) dichiara: “Il settore della combustione delle biomasse legnose ad uso civile risulta essere il settore che contribuisce maggiormente alle emissioni di materiale particolato primario in Lombardia”.

La combustione di biomassa produce anche discrete quantità di ossidi d’azoto, ma per semplicità qui limitiamo la discussione al PM.

Nel caso di allarme sia di primo che di secondo livello, quando le concentrazioni in atmosfera del PM10 superano i limiti di legge per più di sette giorni consecutivi, in Lombardia scatta il divieto di utilizzare i generatori domestici alimentati a biomassa legnosa. Ma è un divieto di Pulcinella perché vale solo, precisa l’ordinanza, “in presenza di impianto di riscaldamento alternativo”! Ora, secondo voi quanta gente, oltre alla stufa a legna o analoga modalità di produzione di calore a biomassa, dispone anche di un secondo impianto di riscaldamento alternativo? Circa zero. Perciò la clausola scritta nero su bianco dalla regione più avanzata del Paese è una patente ammissione che sui generatori domestici di calore a biomassa legnosa non c’è praticamente possibilità di interventi limitativi, anche in presenza di elevati livelli di inquinamento atmosferico.

Poi si spera che nessun possessore di cucina economica la usi come inceneritore di rifiuti domestici, perché una simile prassi sarebbe fonte di emissioni di PM massicce. Ma chi può controllare questi comportamenti?

Peraltro, il sistema creato dai legislatori amanti della combustione a biomassa, impedisce anche l’oggettivo monitoraggio del PM liberato nell’aria dai generatori domestici di calore. Lo scrive nei suoi rapporti annuali l’agenzia ambientale della UE: mancano dati certi sul PM emesso dalla miriade di piccoli generatori di calore, in tutta Europa! Le centraline di rilevazione degli inquinanti offrono infatti registrazioni oggettive solo nelle città e lungo i più importanti assi stradali, mentre non riescono a controllare le numerosissime abitazioni in villette riscaldate con biomassa legnosa, sparse dappertutto, fuori dai grandi agglomerati. Ed è risultato abbastanza fallimentare l’incentivo economico, tentato un lustro fa nella Provincia autonoma di Trento, per il posizionamento di filtri anti-particolato nei camini delle case private, dispositivi costosi e bisognosi di continua manutenzione.

Insomma, la combustione di biomasse, che produce un serio problema pubblico, è figlio di una politica energetica condizionata più dall’ossequio all’ ideologia del riscaldamento del pianeta da gas serra, che dalla concreta preoccupazione per la salute dei cittadini europei, che muoiono prematuramente a centinaia di migliaia all’anno per inalazione del PM persistentemente elevato nell’atmosfera.

Forse era meglio incentivare il teleriscaldamento, invece che far esplodere il fenomeno del calore domestico da biomassa fai-da-te.

E l’Unione Europea, che per prima ha esaltato il valore ecologico della biomassa per contrastare il gas serra, cosa ha proposto fino ad oggi per risolvere la principale fonte di inquinamento del bacino Padano? Apre procedure di infrazione contro l’Italia per superamento dei limiti di concentrazione in atmosfera del PM10. Le tre procedure di infrazione intraprese contro di noi dalla Corte di Giustizia della UE per l’inquinamento aereo registrato nell’ultimo decennio, hanno già portato l’Italia a due condanne, quindi già a pagare rilevanti sanzioni finanziarie oltre che ad essere penalizzata dalla riduzione dei fondi strutturali europei inizialmente a noi destinati, poi dirottati ai Paesi dell’Est.

Ma vestendo la divisa del gendarme la UE ha potuto nascondere la propria originaria responsabilità nella dissennata promozione delle biomasse come materia prima di combustione.

Sommario

 

 

 

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