Tristi Primati.

dott. Luciano Sabolla

La European Environment Agency (EEA) ogni anno pubblica un rapporto sulla qualità dell’aria nei 28 Paesi della UE. Nell’ultimo resoconto l’Italia conferma il primato per numero di morti premature, nell’anno 2013, da inalazione di particolato aereo ultra fine PM2.5 (66.630 decessi), di biossido d’azoto NO2 (21.040 decessi) e di ozono O3 (3.380 decessi). Nell’area metropolitana di Milano il traffico su strada genera questi inquinanti atmosferici nella misura del 42%, del 66% e del 30% rispettivamente.

Più analiticamente nell’anno 2013 gli italiani hanno perso, per ogni 100 mila abitanti, 1.165 anni di vita per l’intossicazione da PM2.5, 368 anni di vita per l’NO2 e 61 anni di vita per l’O3. Rispetto all’anno 2012 si nota un andamento diversificato: nel 2013 le morti da O3 sono aumentate in Italia del 2.4% anno su anno; i decessi da NO2 sono diminuiti del 2.6%; mentre si sono molto accresciute le morti dovute al PM2.5 del 15.5%.

Hanno mai tenuto conto di questa pesante  statistica i Ministeri italiani dell’Ambiente e della Salute? Sono dati ufficiali noti da tre anni.

Non ci si spiega facilmente il drastico aumento delle morti premature da PM2.5 tra il 2012 e il 2013 in tutt’Italia. Teniamo presente che il trend nell’area metropolitana di Milano di tutti gli inquinanti atmosferici decresce fino all’anno 2014, come ben documentato dai rapporti annuali dell’ARPA: che l’aumento del PM2.5 tra 2012 e 2013 riguardi soprattutto le regioni italiane non capillarmente monitorate dalla rete di stazioni di rilevamento?

L’acronimo PM (particulate matter) indica l’insieme delle particelle sospese in atmosfera, ad esclusione dell’acqua, per tempi sufficientemente lunghi da poter essere accumulate e trasportate. Se salite in cima alle prime colline orobiche a Ferragosto e guardate verso Milano, la vedrete mascherata da una nebbiolina scura: si tratta dell’aerosol formato dal PM disperso nell’atmosfera ristagnante sulla città anche in periodo di ferie.

La loro capacità di penetrare nell’albero tracheo-bronchiale di chi le respira, dipende dalla loro grandezza. La frazione di particelle con diametro non superiore a 2.5 µm viene chiamata PM2.5 (polveri ultra fini). La sigla PM10 si riferisce invece alle polveri aero disperse ‘fini’, con diametro non superiore a 10 µm. La tossicità del particolato è amplificata dalla capacità delle polveri di assorbire sostanze gassose come gli idrocarburi policiclici aromatici e i metalli pesanti, alcuni dei quali sono potenti cancerogeni.

La prima sorgente di PM nell’area metropolitana di Milano, abbiamo detto, è il traffico stradale, che incide per il 42% della sua generazione ed emissione in atmosfera. Altre fonti antropiche sono il riscaldamento, la combustione in generale e le industrie. Molto limitata a Milano è la produzione di PM per fenomeni naturali.

Le fonti di PM diverse dal traffico sono quelle meno documentate dai 28 Paesi aderenti alla UE e rappresentano una persistente profonda lacuna nei dati dei rapporti dell’EEA. Potete individuarla e quantificarle dal grafico esposto in testata, relativo all’intero territorio europeo.

L’incertezza sulla genesi di buona parte del PM liberato in atmosfera, quello che sfugge ai monitoraggi, può forse trovare una spiegazione nel fatto che il 2013 è stato l’anno di maggiore disagio sociale per gli Italiani: alla fine del Governo Monti abbiamo toccato contemporaneamente, a livello nazionale, il massimo storico della pressione fiscale (rilevazione della Fondazione Hume), il minimo storico  dei posti di lavoro (Hume) e il picco della povertà assoluta, che ha interessato il 6.3% delle famiglie italiane (dati Istat), povertà assoluta in  aumento dell’80% dal 2007 (Istat). L’infelice coincidenza di questi primati negativi potrebbe aver indotto parte della popolazione italiana a riprendere le attività antropiche tipiche della povertà ed altamente inquinanti per l’atmosfera. Gli italiani potrebbero nel 2013 essere massicciamente ritornati al riscaldamento a legna e derivati (es.: pellets) e all’agricoltura familiare, con disboscamenti di aree abbandonate, incendi di sterpaglie, potature etc., potenziando così le sorgenti domestiche e agricole di PM2.5

Anche le fonti ‘istituzionali’ possono aver giocato un ruolo nell’accresciuto impatto sulla salute del PM, essendo state avviate, nel 2013, in varie ubicazioni italiane, centrali di produzione termica ed energetica utilizzando come combustibile le biomasse.

Emerge quindi la necessità che le istituzioni pubbliche rafforzino l’impegno a bonificare l’ambiente, iniziando con l’individuazione di tutte le possibili fonti di produzione di PM2.5 sul territorio con la stessa analitica attenzione dimostrata negli anni ’90 per gli  inquinanti dei corsi d’acqua. Quindi anzitutto bisogna moltiplicare le stazioni di rilevazione del PM2.5, che nel nostro Paese sono estremamente rare.

Perché aver perso nel 2013 quasi 1.600 anni di vita/100 mila abitanti per intossicazione da inquinanti aerei (soprattutto da PM2.5) significa aver drasticamente compromesso l’efficacia del nostro stesso sistema sanitario nello stesso periodo.

Per quanti altri futuri rapporti della EEA dovremo ancora detenere il record di morti da inquinamento atmosferico, perché il nostro Governo prenda coscienza della gravità della situazione ed adotti misure di contrasto adeguate? Eliminare del tutto gli autoveicoli a motori diesel dalle gare e dalle autorizzazioni pubbliche sarebbe già un primo passo, il blocco totale della circolazione urbana dei diesel un secondo passo, ma da integrare con molti altri interventi di analoga portata contro le altre fonti di inquinanti diverse dal traffico su gomma.

 

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