PRIME NOTIZIE SCONFORTANTI SULLA QUALITÀ DELL’ARIA LOMBARDA NEL 2015

Dott. Luciano Sabolla

Vi pare normale che il rapporto dell’Agenzia Regionale Protezione Ambiente (ARPA) relativo alla qualità dell’aria nell’anno 2015 non sia stato ancora pubblicato sul web e messo a disposizione dei cittadini? Dagli uffici di Via Rosellini è stato mandato al Ministero a Roma, da Roma è stato inviato alla UE ed attualmente sta divenendo motivo di scontro politico in seno alla Commissione Ambiente della Regione Lombardia. La burocrazia nazionale, europea e locale prevale sull’obbligo della pubblica amministrazione di rendere immediatamente e completamente fruibili i dati anche se l’ARPA viene pagata (profumatamente) dai noi.

Qual è il motivo del dissidio tra forze politiche sulla qualità dell’aria nell’anno 2015 in Lombardia? Forse il dato allarmante è che “nel 2015, si è registrato un episodio prolungato di superamento del limite giornaliero di PM10 durato 36 giorni consecutivi, dovuto a condizioni meteo particolari. Inoltre, permangono superamenti, diffusi in molte zone della regione, del limite imposto per il biossido di azoto e dei giorni di superamento del limite ammesso per il PM10 e per l’ozono”, sono parole della componente del Comitato paritetico Laura Barzaghi. I 36 giorni di “prolungato superamento del limite giornaliero di PM10” dovrebbero essere quelli di fine anno 2015, privi di precipitazioni meteorologiche fino alla fine del gennaio 2016. Per tre mesi i cittadini della metropoli milanese hanno dovuto respirare senza soluzione di continuità inquinanti aerei cancerogeni a concentrazioni di allarme.
L’Italia è già stata condannata due volte dalla Corte di Giustizia europea per insufficiente applicazione della Direttiva CE/UE sulla qualità dell’aria, in particolare per il superamento dei limiti emissivi di PM10, principalmente nelle regioni della Pianura padana: sia per gli anni ante 2005, sia nel periodo 2005-2012. Ci aspetteremmo quindi, oggi nel 2016, una efficace politica da parte delle istituzioni per combattere l’aria così avvelenata a Milano nel periodo invernale.
L’unica iniziativa politica significativa, post-condanna, consiste nel finanziamento statale di progetti regionali per l’acquisto e la posa in opera di colonnine destinate alla ricarica elettrica degli autoveicoli a propulsore elettrico (EV, electric vehicles). Allo scopo il governo ha infatti stanziato, nel marzo del 2015, 4.6 milioni di euro per 18 regioni, le quali riceveranno ciascuna 240 mila euro. Sono state privilegiate con 480 mila euro le regioni Abruzzo e Valle d’Aosta (non siamo in grado al momento di conoscere le ragioni di questo contributo pari al doppio rispetto alle altre regioni) e penalizzata con 232.300 euro la regione Veneto, che è quella più avanzata, avendo quasi ultimato il crono-programma delle nuove stazioni di rifornimento elettrico nelle province di Venezia, Treviso e Vicenza. Considerando l’esemplare stato di avanzamento lavori del Veneto ed il fatto che ben tre (Baltico-Adriatico, Mediterraneo ed Helsinky-Valletta) su quattro corridoi strategici TEN-T (Trans-European Networks – Transport), supportati dalla UE, passano per questa regione (vd. grafico), viene spontaneo chiedersi perché essa non risulti in cima alla lista dei finanziamenti statali. E, vista l’esiguità del finanziamento globale, se non fosse stato il caso di concentrare le risorse sulle regioni chiamate in causa dall’accusa di infrazione UE, vale a dire su quelle che coprono la Pianura padana. La Lombardia ha pubblicato il bando per la nuova rete regionale di pensiline di ricarica elettrica solo sei mesi fa.
La Direttiva n. 2014/94/UE, quella che ha dato l’input all’iniziativa governativa sopra esposta, però, oltre all’elettricità indica chiaramente, tra le principali fonti alternative ai combustibili fossili, anche l’idrogeno. Ma a che punto siamo con gli autoveicoli elettrici fuel cell (EVFC) soprattutto autobus e pullman? I nostri autotrasporti pubblici su strada sono tutti trainati da motori diesel, le flotte di car-sharing sono nella totalità a motori termici. Gli altri Paesi occidentali hanno adottato molteplici efficaci soluzioni in questo campo dei trasporti ad emissione zero. E noi sprechiamo gli scarsi fondi nazionali in mancette pre-elettorali secondo la migliore tradizione della prima repubblica?
Le soluzioni sono già state esposte negli altri articoli pubblicati su questo sito: è ora di smetterla una volta per tutte di incolpare “condizioni meteorologiche particolari” per nascondere la cronica distrazione del proprio partito politico al governo dell’istituzione; bandire gli autoveicoli a trazione diesel o a benzina nelle future convenzioni tra le istituzioni e gli operatori di car-sharing; sostituire man mano tutti gli autobus ed i pullman a trazione tradizionale con innovativi automezzi elettrici fuel cell; realizzare una rete di rifornimento di idrogeno anzitutto in favore dei trasporti pubblico e condiviso. Questo programma sarebbe da applicare a tutta la Pianura padana mediante un patto virtuoso tra le regioni e i comuni interessati, applicandolo ad iniziare dalle città più popolose fino ai centri minori.
Occorre inoltre agire anche sui sistemi di riscaldamento di edifici pubblici e privati attraverso un progetto sistematico, impedendo peraltro l’uso di legna e di biomasse come combustibile, abitudine ormai intollerabile per motivi ecologici ed incentivando un nuovo sistema di monitoraggio ambientale più capillare, che coinvolga maggiormente le comunità.
E non disperdere ingenti risorse in faraonici progetti come la riapertura della cerchia dei Navigli a Milano (ipotesi che sta galvanizzando la categoria degli urbanisti contigui al potere), ma concentrarle nella depurazione dell’aria padana, problema annoso, motivo di reiterate condanne, ben più importante per la salute nostra e delle generazioni che ci seguono.

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