AMIANTO E TUMORI MALIGNI

Dott. Luciano Sabolla

Dopo l’articolo introduttivo sull’amianto, od asbesto, recentemente pubblicato su questo sito web, passiamo ora a conoscere le malattie maligne inducibili dall’inalazione di queste fibre minerali killer, principalmente rappresentate dal mesotelioma maligno (MM), neoplasia a carico della pleura (membrana sierosa che avvolge dall’esterno entrambi i polmoni) e dal cancro del polmone.

Alla III Consensus Conference italiana tenutasi a Bari nel gennaio 2015 è stata riportata un’incidenza del MM nell’anno 2011 in Italia pari a 3.64 per 100 mila persone per gli uomini ed a 1.32 per le donne. Il dato precedente, dichiarato nei Quaderni del Ministero della Salute n° 15 di quattro anni fa, era di 3.55 casi per 100 mila residenti negli uomini e di 1.35 nelle donne, tasso annuale standardizzato calcolato su quindicennio 1993-2008. Queste due stime statistiche sono le uniche disponibili negli ultimi 4 anni per il nostro Paese.

Se raffrontabili, esse indicano che la mortalità per tumori legati all’asbesto è ancora in modesta crescita tra il 2008 e il 2011 e che non è ancora iniziato il declino della incidenza del MM.

La diminuzione dei tassi sia di mortalità sia di incidenza è invece già stata registrata negli USA e in Svezia, Paesi che hanno bandito l’amianto ben prima di noi. Noi siamo stati tra i maggiori produttori, importatori ed utilizzatori di amianto (3.5 milioni di tonnellate dal dopoguerra al 1992) ed abbiamo bandito questo nefasto minerale solo nel 1992.

Il grafico dimostra che l’apice del consumo di asbesto in Italia si è verificato nell’ anno 1975. Poiché il tempo di latenza prima che venga diagnosticato il MM correlato all’ inalazione di fibre di asbesto è di 40-50 anni, possiamo attenderci il picco di incidenza dei tumori correlati all’amianto in un periodo compreso tra il 2015 e il 2025, gli anni appunto che stiamo vivendo ora.

L’INAIL ha da poco promosso un convegno nazionale sulle malattie indotte dall’amianto, a Roma, il 3 e il 4 maggio 2016. In tale sede ha annunciato un importante finanziamento statale di 4.2 milioni di euro nel triennio 2016-2018 per un programma di ricerca, recentemente approvato dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, finalizzato a rafforzare le conoscenze sul rischio di esposizione all’amianto ai fini di una più efficace strategia di prevenzione. Saranno inoltre stanziati dallo Stato ulteriori 2 milioni di euro per il Registro nazionale dei mesoteliomi.

Gli investimenti governativi (se verranno effettivamente erogati) sono la dimostrazione della preoccupazione del responsabile nazionale della salute per i 3.800 casi all’ anno di tumori maligni correlati all’asbesto in Italia: non meno di 2.800 MM e 1.000 cancri del polmone. Pensate poi all’onere dell’INAIL per le conseguenti indennità e al numero di cause che questo sfortunato gruppo di cittadini italiani gravemente compromessi nel loro diritto alla salute ha comportato.

Il MM è caratterizzato dalla prognosi peggiore tra tutte le neoplasie, per l’assenza di sintomi iniziali nel paziente colpito, con una sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi alquanto modesta, del 7,6%.

L’esame principale per la diagnosi precoce dei tumori asbesto-correlati è sicuramente la TAC toracica.

Siamo dunque in attesa della caduta dell’incidenza dei MM, conseguenza della folle corsa, verificatasi tra gli anni ’60 e’90, dell’ impiego estensivo dell’amianto nell’industria italiana: nei manufatti edilizi di tutti i tipi, nella cantieristica navale, nel tessile, nella coibentazione, persino nei tendaggi dei teatri (con decessi tra i ‘siparisti’!).

Le Regioni più colpite sono infatti quelle a più spiccata vocazione industriale: Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna, con tassi di mortalità superiori a quelli nazionali. Ad esse si affiancano Bologna per la costruzione e riparazione di carrozze ferroviarie, Augusta provincia di Siracusa che detiene tra i Comuni d’Italia il record di incidenza (5,99 casi di MM per 100 mila residenti) con le sue raffinerie, Rosignano Marittimo provincia di Livorno (5,11) per l’industria chimica, Castellamare di Stabia provincia di Napoli (4,71) per la cantieristica, Taranto (4,7) per la famigerata acciaieria, Ancona (4,52) e Falconara Marittima provincia di Ancona (4,07) per la cantieristica, Piombino provincia di Livorno (4,05) per l’industria siderurgica.

Va aggiunto che lo smantellamento dei materiali contenenti amianto nel Bel Paese al giorno d’oggi a mala pena è arrivato al 50%.

In conclusione, sarebbe ora di elaborare una complessiva riflessione sull’amianto nella realtà italiana, sulla deleteria prassi che l’impiego di tale minerale ha rilanciato ancora una volta: la privatizzazione degli utili a fronte degli enormi costi scaricati sulla collettività in termini di morti, malattie ed indennizzi assistenziali pubblici, chissà per quanti anni ancora.

Anche nell’industria italiana dell’asbesto, come già era avvenuto nella manifattura del tabacco in USA, gli imprenditori compresero presto la nocività per la salute del prodotto, ma tennero nascosta la notizia per continuare a lucrare ricavi, mentre avrebbero dovuto demandare immediatamente ad organismi scientifici indipendenti lo studio dei rischi correlati.

È un ulteriore capitolo di avventurismo industriale, ben descritto dalla lettera enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco:

  • “La tecnologia, legata alla finanza, pretende di essere l’unica soluzione dei problemi” se produce “esposizione ad inquinanti atmosferici” che “provocano milioni di morti premature” …”in particolare dei più poveri” (art. 20) .
  • “quando si cerca solo un profitto economico rapido e facile … il costo dei danni provocati dall’incuria egoistica è di gran lunga più elevato del beneficio economico che si può ottenere.” E “possiamo essere testimoni muti di gravissime iniquità, quando si pretende di ottenere importanti benefici facendo pagare al resto dell’umanità, presente e futura, gli altissimi costi del degrado ambientale” (art. 36).
  • “Molte volte si prendono misure solo quando si sono prodotti effetti irreversibili per la salute delle persone” (art. 21).
  • Gli effetti negativi dell’attività umana non orientata “hanno mostrato con crudezza gli effetti nocivi che porta con sé il disconoscimento di un destino comune, dal quale non possono essere esclusi coloro che verranno dopo di noi. Ormai non si può parlare di sviluppo sostenibile senza una solidarietà fra le generazioni. Quando pensiamo alla situazione in cui si lascia il pianeta alle future generazioni, entriamo in un’altra logica, quella del dono gratuito che riceviamo e comunichiamo. Se la terra ci è donata, non possiamo più pensare soltanto a partire da un criterio utilitarista di efficienza e produttività per il profitto individuale. Non stiamo parlando di un atteggiamento opzionale, bensì di una questione essenziale di giustizia, dal momento che la terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a coloro che verranno. I Vescovi del Portogallo hanno esortato ad assumere questo dovere di giustizia: «L’ambiente si situa nella logica del ricevere. È un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva». Un’ecologia integrale possiede tale visione ampia” (art. 159).

Sommario

 

 

 

 

 

 

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