RADIOPROTEZIONE – RISVOLTI SOCIALI

Dott. Luciano Sabolla

Dopo aver illustrato nel precedente articolo quel peculiare capitolo della tutela dei posti di lavoro che risponde alla definizione di Radioprotezione, può tornare utile ai lettori (e al Governo, perché no) apprendere le storture di interesse sociale che si sono create con il passare degli anni in questo campo, anzitutto in termini di costi gravanti sul bilancio del pubblico impiego.

Si è detto che i lavoratori professionalmente esposti (PE) a radiazioni jonizzanti di ctg A e parte degli esposti in ctg B, una volta riconosciuti idonei, hanno diritto ad un’ indennità aggiuntiva di € 100 mensili netti e ad un congedo radiologico aggiuntivo di 13,5 giorni lavorativi all’ anno, che si assommano ai 32 giorni di ferie ordinarie del pubblico impiego. Monetizzando, per tutti gli ospedali italiani in cui viene adoperata la radioscopia, questi giorni in più di assenza dal lavoro per tutti i PE e addizionandoli alle indennità radiologica all’ anno (1.200 euro netti), al costo dei contratti che il Datore di lavoro deve stipulare in modo continuativo con i due professionisti responsabili della radioprotezione (il Medico Autorizzato [MA] e l’ Esperto Qualificato [EQ]), considerando inoltre le spese per la società esterna che certifica le numerosissime misurazioni dei dosimetri dei PE, come pure l’ onere degli esami strumentali e delle visite specialistiche decise dal MA per  formulare il giudizio di idoneità ogni 6 o 12 mesi per ciascun PE, si arriva ad una spesa pubblica non indifferente, che probabilmente supera i 200 milioni di euro l’ anno per la radioprotezione.

Sarebbe ora che nella normativa della radioprotezione i 13,5 giorni di congedo radiologico venissero riconosciuti solo a chi usufruisce di un numero di giornate di ferie ordinarie basso o inferiore a tale numero. Continuare a riconoscerli a chi gode già di 32 giorni di ferie ordinarie all’ anno è ormai inaccettabile.

Inoltre i vantaggi individuali dei PE, retributivi e di congedo aggiuntivo, in molte sedi lavorative pubbliche sono vissuti come riconoscimento di merito di parte dei dipendenti da parte del Datore di lavoro, in pratica da parte dei Direttori Sanitari ai quali viene di prassi affidata la delega per la radioprotezione (sono loro, infatti, che indicano preliminarmente all’EQ gli operatori candidabili ad essere definiti PE), con possibili favoritismi.

Tali vantaggi essendo in mano ai sindacati, ovunque presenti nella specifica Commissione, sono quindi intesi come diritti acquisiti dai lavoratori definiti PE. In Commissione i sindacati, dipendenti di lungo corso, facilmente trascurano i dati dosimetrici storici (per la maggior parte degli operatori PE inferiori alla esposizione ammessa per la popolazione generale) portati in discussione dall’ Esperto Qualificato, che è un libero-professionista esterno. Così è divenuta prassi consolidata, in molti ospedali, la rotazione annuale o biennale del personale dipendente nella qualifica di PE di ctg A, a discrezione del Direttore Sanitario, d’ accordo con i sindacati.

Un altro problema legato alla radioprotezione è rappresentato dalla negligenza di molti operatori PE ad indossare i dosimetri prescritti (vd. foto), prima di iniziare a lavorare vicino alle sorgenti radiogene, per pigrizia individuale, ma anche per piccole ripicche legate al reperimento ed alla distribuzione di dosimetri quando questi non sono personali.

La Corte dei Conti ha contestare in molte sedi l’attribuzione ad operatori sanitari della qualifica di PE di ctg A sulla base delle loro esposizioni storiche troppo esigue, rientranti nell’ambito dei valori ammessi per la popolazione generale. Questo fatto dovrebbe indurre il Legislatore a modificare la normativa radioprotezionistica, introducendo come predominante il criterio della valutazione retrospettiva delle dosi effettivamente assorbite negli ultimi anni dai singoli operatori ed attenuando notevolmente il principio, finora esclusivo, basato sulla probabilità di assorbire nel futuro radiazioni superiori a quelle della popolazione generale. Si raggiungerebbe così il duplice obiettivo di massimizzare la diligenza del personale esposto a radiazioni nell’ indossare i dosimetri e di limitare in modo rilevante i costi della radioprotezione senza nessun aumento del rischio radiogeno effettivo.

L’ occasione di varare una simile rivoluzione è attualmente rappresentata dal lavoro che si sta portando avanti in sede UE per estendere le norme della radioprotezione anche alle Nazioni che hanno aderito per ultime alla comunità europea, quelle dell’Est-Europa e della regione baltica, uniformando la prassi e la specifica normativa per tutti i Paesi membri. Ma non bisogna perdere tempo per questo intervento.

Un altro punto sul quale si potrebbe lavorare è quello dell’idoneità degli addetti a continuare a lavorare vicino alle sorgenti radiogene. Tenendo presente la correlazione tra dosi di radiazioni e tumori maligni negli esposti a radiazioni, la malattia da combattere con la radioprotezione deve essere chiaramente il cancro. Ora, dal momento che le Regioni in Italia da alcuni anni hanno tutte varato programmi di screening oncologici per prevenire i tumori maligni più frequenti; sarebbe proprio il caso di negare per legge l’idoneità all’ esposizione (e quindi i vantaggi retributivi e di ferie aggiuntive) ai lavoratori che non siano in grado di documentare la regolare adesione agli screening oncologici. Non ci vuole molto: basta chiedere alle Regioni di regolamentare meglio l’accesso alla prevenzione dei PE in quanto popolazione a rischio, aggiungendo una mezza riga (esclusione in caso di mancata prevenzione) alla legge sulla radioprotezione. Questo intervento comporterebbe il duplice beneficio: di responsabilizzare maggiormente il personale classificato PE e di diffondere nella popolazione l’utilizzo dei programmi di screening oncologici, con conseguente riduzione della mortalità generale.

Augurandoci che queste considerazioni e proposte giungano all’ attenzione del Presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Sommario

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